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Lui è Giovanni Falcone, UOMO dello STATO da ricordare tutti i giorni.

Giovanni Salvatore Falcone nasce il 18 maggio 1939 a Palermo nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino.

Il secondo nome di Giovanni, Salvatore, gli è stato dato in memoria dello zio materno Salvatore Bentivegna, tenente dei Bersaglieri morto sul Carso colpito da una granata durante la Prima Guerra Mondiale.

Il terzo nome Augusto è dovuto alla passione del padre Arturo per la storia romana.

Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo, che nel 1999 gli è stato intitolato, le medie alla scuola “Giovanni Verga” e le superiori al liceo classico “Umberto I”.

All’età di tredici anni cominciò a giocare a calcio all’Oratorio dove, durante una delle tante partite, conobbe Paolo Borsellino, più piccolo di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell’Università e poi in Magistratura.

In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con Tommaso Spadaro futuro “re della Kalsa”, personaggio di spicco della malavita locale impegnato nel traffico di stupefacenti e oggi all’ergastolo. In quel periodo incrociò anche Tommaso Buscetta, futuro boss mafioso che si pentirà proprio con Falcone negli Anni 80.

Nel 1959 la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi  per opera dell’assessore Vito Ciancimino, che Falcone avrà modo di arrestare nel 1985 per mafia. Nel corso della sua vita Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un’altra ancora con Francesca, la seconda moglie.
Giovanni si laureò poi con 110 e lode nel 1961, con una tesi sull’“Istruzione probatoria in diritto amministrativo”, discussa con il professore Pietro Virga.

A partire dal 1966 fu, per dodici anni, sostituto procuratore e giudice presso il tribunale di Trapani. A poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale.

L’attività di Giovanni Falcone nel Palazzo di Giustizia di Palermo si inserisce in un momento molto grave per la città, che nel settembre del 1979 aveva assistito all’uccisione del giudice Cesare Terranova. Il giudice Rocco Chinnici, che era stato mandato a dirigere l’Ufficio Istruzione e che da tempo invitava Giovanni Falcone a suo fianco, riesce finalmente a convincerlo. Da quel momento inizia per il magistrato l’avventura giudiziaria più importante della sua vita sia dal punto di vista professionale che umano.

 

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. 

Il suo Lavoro:

Il processo contro Rosario Spatola
Dopo tanti sacrifici e rischi corsi, le indagini danno il risultato sperato e il processo si conclude con condanne esemplari. E’ la prima incrinatura nel mito della invincibilità di Cosa nostra. 

Il pool antimafia
Il frutto più importante dell’attività del pool, composto da Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, sarà il maxi-processo. All’origine della megainchiesta viene posto un rapporto redatto da Ninni Cassarà, vice dirigente della squadra mobile e stretto collaboratore di Falcone: la ricostruzione minuziosa dell’origine della guerra di mafia che porterà i corleonesi di Totò Riina ai vertici dell’organizzazione

Il maxiprocesso
Il giudice Piero Grasso, il pubblico ministero Giuseppe Ayala, i giurati popolari, centinaia di avvocati, in piedi per ore ad ascoltare il lungo elenco di condanne,  tra cui 19 ergastoli e 2665 anni di carcere a 339 imputati. Le accuse ascritte agli imputati comprendono 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e il reato di associazione mafiosa.

 

L’attentato all’Addaura e la congiura del “corvo”
Il 20 giugno del 1989 Falcone sfugge all’agguato tesogli nella sua villa all’Addaura: un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite posto sulla scogliera dove Falcone vuole fare il bagno, viene trovato per caso da un agente della scorta. La bomba viene disinnescata e l’attentato fallisce.

La trappola Mortale:

Il 23 Maggio 1992, Giovanni e la moglie Francesca, di ritorno da Roma, atterrano a Palermo con un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40.  Tre auto,  una Croma marrone, una bianca e una azzurra li aspettano. È la scorta di Giovanni, la squadra affiatatissima che ha il compito di sorvegliarlo dopo il fallito attentato del 1989 dell’Addaura. Ma poco dopo aver imboccato l’autostrada che congiunge l’aeroporto alla città, all’altezza dello svincolo di Capaci, una terrificante esplosione (500 kg di tritolo) disintegra il corteo di auto e uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Ricostruzione Grafica:

L’annuncio della sua morte:


 

“Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio” (Rosaria Costa)

“Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare.
Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare.
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore.